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Abside: tutta l’ampia arcata dell’abside contiene il celebre Polittico di Gerolamo Alibrandi, eseguito nel 1513, contenuto in nove scomparti formanti la grandiosa e monumentale Tribuna del Resalibra, capolavoro d’intarsio su legno del grande artista cinquecentesco messinese. Il Polittico è composto da nove quadri o pale, ognuna di metri 1,50 x 2,30 sormontate da una lunetta centrale dove è dipinto l’Altissimo. Le scene sono, dal basso, da sinistra a destra: S. Giorgio; Sacra Famiglia; S. Martino, nell’atto in cui divide il mantello col povero, che è Gesù (primo trittico di base). Presentazione di Gesù al Tempio; L’Adorazione dei Re Magi; La disputa coi dottori (secondo trittico centrale). le Pentecoste; La Resurrezione; l’Ascensione (terzo trittico, dall’alto il primo). Il grandioso dipinto, eseguito dall’Alibrandi, il “Raffaello di Sicilia”, undici anni prima della sua morte, 1513 (morì nel 1524), presenta le seguenti didascaliche scene: S. Giorgio: il Martire è rappresentato mentre trafigge con la lancia, la gola del drago, già esausto ai piedi del magnifico e forte bianco cavallo; accanto all’infuocato destriero è ritratta una implorante donna, colei che ha invocato il Santo onde liberarla dalle spire del mostruoso animale, simboleggiante il male, vivezza di colori ed imponenza scenografica, sviluppo artisticamente reso tra il cavallo ed il drago, infinita bontà nel volto della donna implorante, fanno di questa prima “pala “ già un artistico dipinto a sè. Sacra Famiglia: la scena tradizionale della Famiglia di Gesù, qui riportata secondo la pittorica di Salvo d’Antonio di cui l’Alibrandi fu eletto discepolo, e di Leonardo da Vinci, nella cui bottega, a Milano, il Nostro risiedette alcuni anni. San Martino: il Santo è raffigurato a cavallo, vestito da guerriero, nel momento in cui gli si presenta, in povere vesti, Gesù travestito da accattone, per chiedergli un poco del suo mantello. Il Santo, infatti, sta dividendo la cappa col derelitto. Presentazione di Gesù al Tempio: è quasi la copia, con lievi differenziazioni di movimento e di personaggi, dell’analogo dipinto eseguito dall’Alibrandi, nel 1519, per la Chiesa della Santa Candelora, a Messina. Il vecchio Simeone ha tra le braccia il Bambino Gesù nell’atto di benedirlo, e, sembra, dall’ascetico volto del vecchio, che questi predica alla Madre la prossima Passione del Figlio. E’ presente alla scena la giovane Maria ed altre donne con dei bambini, pronte anche loro a consacrare al Signore i loro pargoletti. Epifania: i maestosi ed opulenti re Magi, dalle regali vesti, seguiti da numerosi valletti, ognuno con cesti di preziosi doni. Tutti sono curvi nell’atto di porgere, al Redentore del Mondo, ogni rarissimo dono. La Disputa coi Dottori: Gesù mentre discute e confuta coi Dottori e questi tutti attoniti ad ascoltare la Sapienza del Giovanetto. Le Pentecoste: lo Spirito scende sulla Vergine Madre e sopra gli Apostoli che sono a Lei d’intorno, nel Cenacolo, attendendo la Colomba Mistica. La Resurrezione: è il momento della grandiosa ed improvvisa apparizione di Gesù, alto ed onnipotente nel suo purpureo manto; i soldati, messi a guardia del sepolcro, sono esterrefatti e guardano attoniti la grande luce aureolata dalla quale sorge e nella quale è avvolto il Cristo. L’Ascensione: Gesù risorto ascende verso la volta del Cielo, su di un trono di nuvole; in primo piano la Madre ed i Discepoli. Lunetta: a forma di pennacchio semicircolare: il Padreterno, a mezzo busto, sovrasta le prodigiose scene di questo stupendo Polittico. Le cornici di tutti i riquadri esterni ed interni, formanti la bella “Tribuna”, come abbiamo detto di Giovanni Resalibra, cognato dell’Alibrandi, sono il fine risultato d’un paziente lavoro d’intarsio che solo un grande artista poteva condurre a compimento. La ricchezza dei pilastrini corinzi, delle trabeazioni, degli ornamenti e delle indorature, rappresenta, da sola, un’opera da considerarsi un più che perfetto monumento d’intarsio su legno. Gerolamo Alibrandi profuse in queste mirabili nove pale - la cui data di esecuzione, 1513, è segnata su una bianca gamba del cavallo di San Martino - il meglio dell’arte sua. Qui, come nei dipinti messinesi dello stesso periodo, non c’è oramai alcun ricordo vinciano, nessun manierismo arcaico, nessun tentennamento a richiami corregeschi o raffaelleschi, ma l’opera di colui il quale è già sicuro d’essere in possesso dei “propri” mezzi artistici, sia tecnici che espressivi. I sentimenti del volume e dell’essenziale sono qui nella loro suprema imponenza; ogni scena, ogni figura devono sembrare vere, ma ciò non toglie che ogni scena ed ogni figura devono avere non il gusto imperante dell’epoca, ma solo ed esclusivamente l’impronta dell’artista che li ricava, coi colori, sulla tavola. Per ciò, non a torto, Gerolamo Alibrandi venne detto, dalla sua morte in poi, il “Raffaello di Sicilia”. (da "Modica e le sue chiese" di F.L. Belgiorno)
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